Diario di Lori Cohen
Volontaria S.O.Solidarietà Onlus
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L’utilizzo della parola missione, quando si referisce ad un semplice periodo di lavoro volontario in una zona in difficoltà, mi ha sempre messo a disagio poiché per me è sempre stata una parola strettamente collegata al compito di propagare una dottrina religiosa, un compito che non fa parte della mia cultura.

La parola è anche usata nell’ambito militare, commerciale e legale, ma

l’accezione a cui più mi avvicino è quella che l’Enciclopedia Treccani riporta come:
“Ogni compito, cui si annetta un particolare valore, se non sacro, certo almeno morale”.

Ma anche questa definizione è troppo nobile per quel poco che ho appena cominciato a fare in Africa.

Allora che cosa faccio? Do una mano? Aiuto un pò? Non lo so.
Non so molte cose.

Ma una cosa di cui sono fermamente convinta è questa: quando sono lì e aiuto nella gestione del programma Sostegno a Distanza (SAD) parlando con i ragazzi coinvolti, i loro familiari e insegnanti; quando insegno un pò di inglese ai ragazzi a Happy Home di pomeriggio; quando giochiamo e chiaccheriamo insieme; quando posso affiancare Suor Edith e Suor Emily in qualsiasi modo; quando do un sostegno in orfanotrofio, in questi momenti sento di far parte di una iniziativa che spinge il mondo in una giusta direzione. L’unica cosa che spero è di essere utile aiutando le persone ad aiutare se stesse.

Concludo affermando che sono onorata di far parte di questa organizzazione, e se la parola missione può essere usata per descrivere il lavoro mirato a migliorare la vita delle persone senza nessun altro fine, è una bellissima parola per me.