Missione Settembre 2005 e Ottobre 2009
Istantanee nigeriane: diario di Rosita Rio – Volontaria S.O.Solidarietà Onlus
scritto da Margherita Sica
Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno.”
Madre Teresa di Calcutta
diario-di-rosita
Non è semplice parlare di se stessi, delle esperienze che lasciano una traccia talmente profonda da non sentirsi più gli stessi di prima. È per questo che Rosita lascia che sia io a raccontare la sua storia, una storia che ho ascoltato senza interrompere, affinché i suoi ricordi emergessero come un rapido e denso fluire di sensazioni che, nel suo complesso concatenarsi, mi permettesse di scavare nel profondo per rendermi il giusto interprete di questo straordinario racconto.
La prima istantanea ad affiorare è quella del portellone di un aereo che stancamente si solleva e scopre il volto di una terra nuova, fatta di bassa vegetazione in mezzo alla quale, a tratti, svetta altezzosa qualche palma. Il primo contatto con forme e colori nuovi lascia quasi senza respiro, complice l’afa africana che stringe la gola.
Un furgoncino malandato procede a fatica verso l’alloggio per la notte percorrendo strade sterrate, dove a prevalere è chi prima riesce a farsi largo tra gli altri.

Lentamente si fa buio, una notte troppo oscura per riuscire persino a distinguere il proprio letto.
Rosita mi racconta che ciò che più la impauriva era non riuscire a vedere quello che c’era nella sua stanza. Per un’occidentale “viziata” che, normalmente in altre circostanze avrebbe premuto l’interruttore, quel buio “selvaggio” poteva nascondere di tutto. Probabilmente la cosa più spaventosa che rappresentava quell’oscurità era l’incertezza, il non sapere cosa aspettarsi da quel mondo nuovo e, soprattutto, non sapere cosa gli altri si aspettassero.

Alle prime luci dell’alba, dopo una notte insonne, i pochi oggetti nella camera cominciano a riacquistare quel loro essere materico che il buio aveva disgregato. Tutto quel nero non nascondeva che quattro pareti, un letto, una zanzariera e un bagno: la camera di un vecchio e dismesso hotel occidentale.
Nell’ospedale del villaggio una fila di donne coi propri bambini stretti al petto o sulle spalle, avvolti premurosamente in coloratissimi “pagnes”, aspetta il proprio turno mentre, stese su un filo da bucato, ondeggiano al vento alcune radiografie.
Se mi chiedessero cos’è l’Africa – continua Rosita – io risponderei: è il sorriso della sua gente! La disperata povertà in cui vivono le persone alle quali offriamo il nostro aiuto non impedisce loro di essere felici e grati per il poco che hanno. Ho visto donne che possedevano solo una tapioca e ringraziavano Dio per quell’unica tapioca. È una grande lezione per noi che abbiamo tutto, troppo.”
Quando si parte per un’esperienza così forte non si può sapere cosa succederà, si sa solo che non sarà facile essere all’altezza. La sensazione di non aver fatto abbastanza è una costante:
Ho dato una caramella a un bambino ma non a tutti i bambini dell’Africa. È impossibile.  E anche se potessi, che senso avrebbe? Non potrei comunque risolvere i loro problemi. Non sarei capace di sfamarli tutti, di curarli tutti. Ma se rinunciassi ad aiutare uno solo di questi bambini, sentirei di aver rinunciato alla mia “goccia” che, insieme a quella degli altri volontari, riempie l’oceano.”