Ngozi, la bambina che vorrebbe sentire la vita
Pubblicato su Focus on Africa di Ketty Volpe, 18 Aprile 2019
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A terra. Davanti la porta della Cattedrale di Owerri. Rannicchiata. Nuda. Denutrita. Disidratata. Un cesto di ricci neri in testa e due occhi che davano luce al porticato. Ngozi l’han trovata così. Quattro anni fa. Poco dopo l’aurora. Un’alba di gioia e fermento. Il giorno delle responsabilità e della condivisione per dar casa e nome alla trovatella. É senza documenti. Lasciata lì. Tutta notte. Neanche un lamento. Né un sorriso. Ad Owerri, capitale dell’Imo State, a sud est della Nigeria, Vescovo e suorine la chiamano Ngozi. L’Imo State é uno degli Stati più poveri nati dallo smembramento del Biafra ed oggi annessi alla Nigeria. Alle autorità nigeriane la dichiarano con il nome Ngozi. In lingua Igbo significa benedizione. Il cognome sará Fusco, come il beato Tommaso Fusco di Pagani, fondatore dell’Ordine delle suore della Carità. È il Vescovo a prenderla in braccio. Fredda e impaurita. Non muove ciglia. Palpebre, come in fermo immagine a metà, incastonano il luccichio del bianco degli occhi. Con i volontari della chiesa le prime gocce di acqua, poi il latte a piccoli sorsi. Ngozi non sa bere. Non risponde. Tace e muove a mulino le braccia. Agita le manine. Intreccia le dita. Non si regge in piedi. È a loro, alle suore, che il vescovo l’affida. Un alloggio sicuro, protetto. Un po’ casa, un po’ capanna, un pó asilo e rifugio.L’orfanatrofio Hope House, nel compound delle suore della Carità del Preziosissimo Sangue, nel Villaggio di Ngugo, ad un’ora e mezza dalla capitale. Ma Ngozi non risponde. Non ha voce. Non dice mai nulla. Non parla perché? Incapace di intendere e volere pensano le suore. La vita va senza vita. Smunta e smorta. Spenta, distratta da niente, assente. Quel giocattolo dall’Italia che le han messo vicino non l’ha mai preso né mai guardato.  

 E non ha mai sorriso neanche ai bambini di casa. Inerte a tutte ore. Sino all’anno passato quando di Ngozi s’è accorta Rosi la figlia di Lola, la presidente di S.O.Solidarietá, l’Associazione onlus (www.sosolidarieta.it e facebook) che ha costruito casa d’accoglienza per i suoi volontari a due passi di distanza dall’orfanatrofio. Rosi che è volontaria attenta e dedita viene attratta da subito dalla bambina silenziosa, assente, quasi persa nel nulla del niente. L’orfanatrofio Hope House, nel compound delle suore della Carità del Preziosissimo Sangue, nel Villaggio di Ngugo, ad un’ora e mezza dalla capitale. Ma Ngozi non risponde. Non ha voce. Non dice mai nulla. Non parla perché? Incapace di intendere e volere pensano le suore. La vita va senza vita. Smunta e smorta. Spenta, distratta da niente, assente. Quel giocattolo dall’Italia che le han messo vicino non l’ha mai preso né mai guardato. E non ha mai sorriso neanche ai bambini di casa. Inerte a tutte ore. Sino all’anno passato quando di Ngozi s’è accorta Rosi la figlia di Lola, la presidente di S.O.Solidarietá, l’Associazione onlus (www.sosolidarieta.it e facebook) che ha costruito casa d’accoglienza per i suoi volontari a due passi di distanza dall’orfanatrofio. Rosi che è volontaria attenta e dedita viene attratta da subito dalla bambina silenziosa, assente, quasi persa nel nulla del niente. La piccola nell’orfanatrofio vive isolata. La considerano anaffettiva e incapace di intendere e volere. Non si muove. Non cammina. Sarà per questo che l’han lasciata davanti la Cattedrale. Come vuoto a perdere affidata al buon cuore di chi la trova. L’occhio esperto di Lola va oltre. E’ medico ginecologo. Non si arrende all’apparenza. Intuisce, controlla, osserva, indaga con medici del posto. L’osservazione partecipante accende sul campo con i riflettori il desiderio di capire ed aiutare la piccola Ngozi. S.O.Solidarietá si mobilita.

 Una carezza, un bacio e un abbraccio. Coccole sorrisi tenerezze e sguardi.  Finalmente un timido balbettio di emozioni. La bambina si lascia abbracciare. Le manine si rilassano. Risponde agli stimoli e alle attenzioni. Gradisce ricevere le coccole dice Lola, la ginecologa che fa rinascere il mondo. I medici proseguono indagini e ricerche. Organi sani. Elettroencefalogramma nella norma. L’otorino alla visita sentenzia: mancanza completa bilaterale di udito. Ngozi é sorda ma è anche muta. Darle l’udito potrebbe cambiarle la vita. S.O.Solidarietà  prova a portarla in Italia. Un iter farraginoso che s’incarta nei dispositivi delle Regioni. Solo poche prevedono cure agli stranieri extracomunitari. Ngozi potrebbe udire? Possibile intervenire chirurgicamente? Chi può farlo e dove in Italia? Per intanto Ngozi è lì. In quell’Africa povera ricca di cuori italiani che rischiano la vita per donare un sorriso e tenere per mano fratelli. Ha iniziato a camminare con rilevante miglioria nella deambulazione dice Charles, il volontario del luogo che collabora con l’associazione.
La vedete nelle foto. Una vera benedizione. Come il nome che le han dato. Le manca la parola. Ngozi ora divide un pó di tempo della giornata, in orfanotrofio, con Austin, un bambino orfano e sieropositivo. Sono molto legati. Austin le parla. Ma Ngozi  non sente. E’ senza la parola. Sorda e muta. Se potesse almeno udire la sua vita sarebbe vita.